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Vi siete domandati spesso perché così tanti non-lombardi vengono a curarsi in Lombardia. Vi hanno risposto che è l’ECCELLENZA DELLA SANITÀ LOMBARDA ad attirarli qui e che loro, i siciliani, i calabresi, i piemontesi, i lucani ecc. ecc. devono ringraziarci di esistere.

A questo selfie manca un personaggio: il Business. Il giro dei pazienti extra-regionali è fondato sull’extra-Budget, e cioè: per limitare e controllare quella frenetica e fantasiosa cupidigia chirurgica che provocò lo scandalo Santa Rita, la Lombardia ripaga le cliniche private per le prestazioni che operano a favore dei residenti in regione solo entro un certo limite (entro un budget, appunto) superato il quale, in sintesi, non c’è trippa per gatti. Ma: i tetti non valgono per i pazienti Extra-regionali.

Così si è creato un circolo vizioso nel quale i Lombardi sono merce meno pregiata di coloro che continuano ad essere carne da macello nelle Regioni loro, ma valgono tanto oro quanto pesano quando fanno fagotto e vengono a curarsi a casa nostra.

Ci permettiamo qualche ironia in argomenti così delicati e sofferenti (absit iniuria verbis) anche perché vederci chiaro non è semplicissimo – la schigera sanitaria è ancora fitta, è ancora quella del bel tempo andato – e spesso si cozza contro sorprendenti pazzie: per un intervento di ernia inguinale, ad esempio, Regione Lombardia paga un DRG di 1.000 euro (DRG è l’acronimo del sistema di calcolo del costo delle prestazioni sanitarie importato dagli USA e adottato agli inizi degli anni ‘90 dal Servizio Sanitario Nazionale) ma per chi viene da un’altra regione il DRG può arrivare a 5.000 euro, con spese che sono le stesse nei due casi e dunque un guadagno per la struttura e l’equipe chirurgica notevolmente maggiore.

Questi banali conticini hanno innescato una dinamica che travalica la virtuosa idea che tutti abbiamo in testa, ovvero che sia civile diritto dei malati di ogni dove l’ andare a curarsi dove si è curati meglio. Non c’è solo questo: il Matrix, la verità vera, è la caccia aperta ai malati non-lombardi, sospinti a Nord con un afflato medico che è professionale fino a che non lo guardi di sguincio: poi metaforizza in una sorta di battuta alla volpe nel parco della Regina (Regione), e la volpe che corre ferita inizia a farti davvero pena.

A correre, a girare e rigirare per i cosidetti “viaggi della speranza”, sono 750.000 italiani ogni anno, e di questi 120.000 arrivano in Lombardia. Lo so, è politicamente scorretto, ma il paragone con i migranti stranieri accolti in Lombardia serve – se non altro – a dare una misura: lì parliamo di circa 15.000 richiedenti-asilo e ci si monta sopra un “casino” che la metà basta perché sono troppi e impegnano le strutture di assistenza pensate per i lombardi e pagate dalla fiscalità “autoctona”.

Trovo paradossale, a confronto, che passi sotto dorato silenzio il carico di ulteriori 120.000 utenti su un Sistema sanitario che – per quanto efficiente – deve servire 10 milioni di cittadini, che sono tantissimi: più del doppio del Veneto, più del doppio del Piemonte, più del doppio dell’ Emilia Romagna, quasi il doppio del Lazio e quasi il triplo della Toscana.

Per la precisione i 120.000 “extra” stanno dentro il totale di 1 milione e 470.000 ricoveri gestiti annualmente dal Sistema Lombardia, non sono affatto pochi e non sono tutte rose: spesso i lombardi attendono mesi e mesi per ottenere il servizio richiesto. Stanno in coda, e la coda si allunga: il Sistema è regionale ma il servizio è nazionale. Un federalismo strabico, un’Autonomia indulgente: nei conti affidati ai ragionieri e ai commercialisti, però, i profughi sanitari sono, in fondo, “clienti in più” e il giro d’affari per le Cliniche private lombarde (che intercettano il 60% del totale extra-regionale) è ricco: 460 milioni di euro.

Chi li paga? Le regioni di provenienza, sì. Ma la Lombardia anticipa: e il business per il Privato finisce lì, e finisce bene. Meno bene per la Regione, tuttavia, che dall’anticipo in poi aspetta e spera, tanto, come tutti coloro che in Italia hanno da farsi ripagare da chi sa che tu il lavoro lo hai già fatto.

Tant’è che alla fine, negli ultimi anni, con i conti del dare/avere che quadravano malissimo fra crisi e di tagli, il nodo è venuto al pettine: al pettine di Maroni, impegnato nella sua Riforma della Sanità, e al pettine della Conferenza Stato-Regioni. Lì si è iniziato finalmente a capire che l’import/export fra Sistemi sanitari regionali è un cerotto che non cura la ferita: le Regioni a Sanità disastrata non migliorano perché svicolano, pagano per far fare alle altre Regioni il lavoro loro. E quindi non crescono, non hanno Centri d’eccellenza, e quindi implodono, e nemmeno hanno i danari per pagare.

Di più: provocano il dramma economico-affettivo dei parenti (600 mila in Italia), costretti a seguire i loro cari malati nelle terre del nord a spese loro. Per la verità, onore al nostro merito, l’industriosa Milàn col coeur in màn è venuta incontro anche a parenti e pietosi accompagnatori: per fare un esempio cito “A casa lontani da casa”, un progetto promosso a cui oggi aderiscono oltre 40 non profit milanesi, con un motore di ricerca interno, dove selezionare l’ospedale di cura, la disponibilità di spesa, la tipologia di alloggio.

Ma, tornando al grosso del nostro discorso… insomma, c’è una svolta? Un po’ sì e un po’ no, diciamo. C’è nelle parole del Ministro Lorenzin che chiama le Regioni del Sud ad essere artefici dirette del proprio miglior destino, e in quelle di una Regione Lombardia che dichiara di aver “posto un freno al turismo sanitario”. In concreto c’è un tetto – un Budget – che entra in funzione anche per le prestazioni ai non-lombardi in strutture private.

Ma, con molti ma: vale solo per le operazioni “a bassa complessità” (dalle coronarografie alla chirurgia contro l’obesitàta), mentre non vale per le operazioni complesse (cardiochirurgia) e le malattie più gravi (come il cancro). In sostanza vale -30 milioni di euro (sui 460), esclude gli IRCCS (come il San Raffaele e l’Humanitas che sono le mete più ambite, e la fetta più grossa della torta), e il taglio prevede di crescere fino al 10% in un triennio.

Che ne pensate? Ditelo voi perché dallo scorso maggio, quando la Regione deliberò, non ne parla più nessuno. Le ultime parole in cronaca restano: “L’Associazione Italiana Ospedalità Privata si batte da sempre per la tutela del diritto di ogni paziente a scegliere liberamente il luogo di cura” pronunciate dal presidente AIOP, Gabriele Pellissero. Intendiamoci: il principio della libertà di cura è un argomento forte, serio, e in ogni caso non è che si poteva pensare di cambiare radicalmente strada da un anno all’altro: c’è di mezzo la vita delle persone.

Appunto per questo, credo, occorre riprendere a discutere dell’argomento, che è importante, con sincerità e chiarezza. Guardando lungo, ma portando in primo piano tutti gli attori in scena: business compreso.

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