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ROMA – Si muore come 50 anni fa: si rovesciano i trattori in agricoltura, si cade dalle gru in edilizia, si soffoca nelle cisterne. Nel 2017 più dell’anno prima: 1.029 morti sul lavoro, erano 11 di meno nel 2016. Nei primi mesi di quest’anno già 212, sopra di 22 rispetto allo stesso periodo del 2017 (+12%). Dati Inail che l’Osservatorio indipendente di Bologna ritocca drammaticamente al rialzo, aggiungendo anche le vittime prive di assicurazione. E così, secondo questa triste contabilità, siamo a 1.350 morti nel 2017 e già a 221 morti dall’inizio dell’anno (ma 671 includendo anche quelli in itinere, deceduti mentre si recavano al lavoro). Significa quasi 2 morti al giorno, da Capodanno ad oggi. Erano 198 il 30 aprile del 2017. E 174 dieci anni fa: un quarto in meno. Il trend non stupisce gli economisti, per via di quella terribile correlazione per cui cresce il Pil, si rimette in moto la produzione e purtroppo salgono anche gli indicidenti mortali.

Non dovrebbe essere così. Non si dovrebbe morire di lavoro. Ma il punto è che se l’economia in Italia è ripartita, la nuova occupazione è troppo spesso precaria, di bassa qualità, poco protetta. E la sicurezza, tema di questo Primo Maggio, è ormai solo un optional per le imprese.

Il primo bilancio dell’Ispettorato nazionale del lavoro. A questo si aggiunge un sistema di prevenzione del tutto insufficiente. In giro per l’Italia ci sono solo 2.100 ispettori a controllare 4 milioni e 300 mila aziende, impedire loro di assumere in nero e di violare le norme di sicurezza. Dal primo gennaio 2017 è operativo, dopo una lunga gestazione, il nuovo Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) istituito dal Jobs Act nel 2015. L’obiettivo di mettere sotto un unico ombrello ispettori del lavoro, dell’Inps e dell’Inail – sacrosanto, visto che in nessun paese europeo esistono tre ispettorati – per ora si è scontrato con una serie di limiti. Le banche dati ancora non dialogano. Gli ispettori del ministero non hanno l’indennità percepita dai colleghi di Inps e Inail, sebbene le mansioni siano ora identiche. La formazione per i nuovi compiti non è partita. Le 150 assunzioni promesse, complice anche lo stallo politico, ancora non si vedono. E i risultati sono agghiaccianti: su 160.347 aziende ispezionate nel 2017 (il 16% in meno dell’anno precedente) il 65% presentava irregolarità, oltre 103 mila. Con 253 mila lavoratori fuori dalle regole, 48 mila totalmente in nero e ben 1 miliardo e 100 milioni di euro recuperati dai contributi evasi.

Solo il 4% delle aziende viene ispezionato. “Praticamente un’azienda su due ispezionata ha lavoratori in nero: un campanello d’allarme fortissimo”, osserva Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil. “Un fenomeno con caratteristiche esponenziali, specie ora con la ripresa in atto: più lavoro, più produzione, ma anche più malattie e più morti. Il nuovo lavoro porta con sé grosse contraddizioni. E la sicurezza viena vista dalle imprese come un costo e non come un dovere di protezione. Il nuovo Ispettorato ha purtroppo molte lacune da colmare. Molti ispettori non hanno i rimborsi o devono usare i mezzi pubblici se devono spostarsi per chilometri. Quando invece ci sarebbe bisogno di più controlli per avere più sicurezza e meno morti. Per contrastare il caporalato, le collaborazioni spurie, il lavoro nero, l’evasione contributiva”. D’altro canto, con 106 mila aziende ispezionate su 4,3 milioni (il 3,7%) – in pratica neanche 4 aziende su 100 – la maggior parte degli imprenditori può stare tranquillo.

La testimonianza di un ispettore. “Mettiamo però in chiaro una cosa” – racconta Mario, calabrese emigrato nel Nord industriale e ispettore del lavoro da vent’anni. “Solo i cantieri edili sono di nostra competenza per quanto riguarda i controlli sulla sicurezza. Se entriamo in un negozio, in un’azienda metalmeccanica o chimica dobbiamo limitarci a controllare se i contratti dei dipendenti sono in regola, se vengono pagati tutti i contributi previdenziali e assicurativi. Ma se ad esempio ci viene segnalato dai dipendenti un ambiente di lavoro insalubre o vediamo palesi manchevolezze nel rispetto delle norme sulla sicurezza possiamo solo fare segnalazioni ad Asl e Regioni”. Ecco dunque che quando si declina la sicurezza sul territorio, le responsabilità si frantumano. “Dovrò cambiare auto presto, la mia dopo 180 mila chilometri in quattro anni è cotta”, continua Mario.

“Purtroppo a volte il nostro lavoro è quasi volontariato per senso dello Stato. Ci viene rimborsato solo un quinto del costo della benzina e percepiamo un’indennità, se siamo fuori città, di 80 centesimi all’ora. E non è un lavoro facile. Rischiamo anche fisicamente. Non siamo attrezzati ai turni flessibili nelle nuove fabbriche 4.0, figuriamoci alle nuove professioni come i ciclofattorini della Gig Economy. Eppure di noi ci sarebbe molto bisogno. Non solo per scongiurare le morti sul lavoro. Ma anche per garantire il sistema pensionistico: 8 volte su 10 riqualifico i lavoratori somministrati come dipendenti perché lavorano 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, per 4 settimane al mese. Ma quali somministrati? E così anche per il nero oramai diffuso ovunque. Se tutti pagassero tasse e contributi, risolveremmo molti problemi a fisco e previdenza”.

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