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Chi lo conosce lo ha bollato come un uomo «dallo stile dittatoriale». Il lui in questione è l’ingegnere Massimo Buccheri, originario di Catania, finito in manette nei giorni scorsi in Liguria. Travolto da un’inchiesta su un maxi giro di corruzione e favori negli appalti della sanità. Il 49enne, dirigente al Patrimonio dell’Asl 5 Spezzino, è un volto noto anche ai piedi dell’Etna. Non tanto per le sue origini, ma per una serie di incarichi collezionati in ambito sanitario. Un manager prestato agli ospedali che vent’anni fa ha iniziato a lavorare come caposervizio tecnico al Garibaldi e, da gennaio 2017, anche come supporto esterno dell’Azienda sanitaria provinciale 3. Nominato per un anno con «ruolo di comando» a supervisore dell’ufficio tecnico, nonostante la pianta organica sia già ricca di ingegneri. Recentemente l’incarico gli era stato confermato con un documento che sanciva la prosecuzione di quella posizione lavorativa per tutto il 2018. A interrompere i rapporti tra Buccheri e l’Asp ci hanno pensato guardia di finanza e procura di La Spezia, che lo additano come una sorta dominus di un articolato sistema corruttivo. Tanto che l’azienda catanese adesso è stata costretta a revocargli l’incarico con una delibera firmata dal direttore dell’unità operativo Risorse umane Santo Messina.

«Con noi aveva il compito di monitorare delle attività progettuali avendo, come azienda, in completamento e adeguamento diverse strutture». A parlare con MeridioNews è il direttore generale dell’Asp 3 Giuseppe Giammanco. Firmatario, insieme agli altri vertici, della nomina e adesso della delibera di revoca nei confronti di Buccheri. Presente in diverse occasioni nei presidi ospedalieri territoriali di Paternò, Bronte e Acireale. «Aveva mansioni del tutto diverse rispetto a quelle di La Spezia, dove gestiva gare d’appalto e forniture sulle tecnologie sanitarie. Veniva da noi una settimana al mese». Proprio durante quei soggiorni lavorativi a Catania l’ingegnere Buccheri è stato più volte intercettato. Dal suo ufficio avrebbe continuato a occuparsi degli affari in Liguria e delle «proprie esigenze economiche». Una presunta gestione delle tangenti fatta via telefono, che però non sempre veniva apprezzata dai suoi interlocutori. Particolarmente spaventati per «quel siciliano che fa troppe chiamate».

Nelle quasi 500 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare spezzina finiscono così decine di conversazioni. Dal viaggio in Cina, alla richiesta di pagamento della tassa dei rifiuti, passando per la sostituzione del telecomando dell’auto della moglie da 170 euro e l’acconto per la settimana bianca in Valle d’Aosta che sarebbe stato pagato in un’agenzia di corso delle Province. A «sdebitarsi» in alcuni casi sarebbe stato l’altro siciliano indagato: Salvatore D’Arrigo. Amministratore della Sicilia progetti, società attiva nella realizzazione di infissi poi finita in amministrazione giudiziaria nell’ambito di un procedimento più ampio su un crack milionario. L’imprenditore 39enne originario di Mascalucia, secondo l’accusa, avrebbe provato a ottenere forniture per la sua azienda grazie al ruolo del manager catanese. Un rapporto di complicità, secondo gli inquirenti, tanto che a marzo scorso sarebbe stato proprio D’Arrigo a pagare un acconto da 700 euro per le vacanze in montagna di Buccheri e famiglia. «Domani pomeriggio viene una persona di mia fiducia a saldare tutto», spiegava al telefono l’esperto dell’Asp 3. Consegna del denaro che poi effettivamente sarebbe avvenuta il giorno dopo.

A incuriosire gli investigatori è anche il fatto che Buccheri dal 2015 a metà 2017 non abbia mai prelevato soldi in contante. Nelle intercettazioni però sono molteplici i riferimenti a somme di denaro che avrebbe passato alla moglie, non indagata. «Ti avevo lasciato 800 euro», spiegava alla consorte, che poi replicava: «Li abbiamo spesi […] ho pagato due mesi di ritmica. I soldi se ne vanno perché li spendiamo». Qualche mese dopo l’argomento, sempre al telefono, è ancora lo stesso: «I soldi escono come bruscolette», lamentava. Passati alcuni giorni il marito spiega di avere messo 600 euro nel cassetto per la colf. I metodi diventavano però meno gentili quando al telefono c’era un dirigente della ditta vincitrice dell’appalto per una struttura sanitaria in provincia di La Spezia. Il tema, discusso da Buccheri in veste di responsabile unico dell’appalto, era una fornitura di infissi da 220mila euro in favore di D’Arrigo: «Mi hai rotto i coglioni. Vi faccio sette mesi di penali. Fammi perdere tempo con queste cazzo di porte tagliafuoco e ti impicco… Non sto scherzando. Ti impicco io». L’indagato siciliano, stando all’accusa, si sarebbe sdebitato ancora una volta. Simulando l’acquisto di un’automobile dal manager catanese e versandogli sul conto corrente cinquemila euro tramite la moglie.

Il nome dell’ingegnere dai metodi spiccioli in passato è finito anche in una testimonianza, pur non essendo imputato, del processo sul cosiddetto comizio elettorale organizzato all’interno dell’ospedale Garibaldi. Vicenda risalente al 2008 per la quale sono stati condannati in primo grado l’ex sindaco Raffaele Stancanelli e l’ex presidente della provincia Giuseppe Castiglione. Stando alle cronache del processo alcuni testimoni in aula citarono il nome dell’allora caposervizio tecnico. Sarebbe stato anche lui a invitare il personale a presentarsi all’interno dell’aula Dusmet. Sul manager l’ex dipendente in pensione Vito Bentivegna non aveva dubbi: «Era una persona dallo stile dittatoriale».

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